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Il Gravido: una storia di concepimenti e abbandoni. Cerco un'ostetrica. |
Il tempo,
i fulmini.
L'odore di
bruciato
che emana dal tuo corpo in fiamme ma gelido.
Per
sempre.
X
sempre.
Non è una ics,
non è un'incognita,
ma allora che cos'è?
E'
un'abbreviazione
che ogni elettrodomestico saprebbe
sciogliere.
Con un "fruuuf" palazzeschiano
mi riaddormento e ti chiedo
s
e
p
e
r
f
a
vore
puoi chiudermi
il cuore.
Ho detto a babaheygbsààa che avrei fatto attenzione a tutto quanto ireoqiropqenckekqemcemqefq.
Ho comprato un elefante, ed è morto un anno dopo.
Ho ripiegato su uno scimmione, mi ha lasciato sei mesi dopo.
Ecco a casa un bel cagnone! Defunto, però, due mesi dopo.
Allora presi un gattino: senza vita in meno di venti giorni.
Cosa posso augurare, ragionevolmente, al mio nuovo criceto?
Vi è mai capitato di essere catapultati fuori dal sonno all'improvviso e non riuscire, per un attimo, a ricordare se è mattina, sera, pomeriggio, domenica, sabato, Natale o Pasqua?
Vi è mai capitato che questa indecisione vi provocasse qualche secondo di sconcerto? Non so, vi è mai capitato?
A me, mai.
Questa è una storia di un furgone, quattro ruote, tante urla e due urla conclusive.
E' l'epopea di Rayo e Cruz. Rayo capelli normali, naso bruttino e fisico prestante. Ragazzo in grado di sudare nove camicie senza muovere un dito. E di puzzare. Come la sua donna, Cruz, sincera amante del sesso e del cielo, del parapendio e dell’onestà mai persa.
Venga Putifarre a distruggere il non distrutto. Vengano gli angeli dei sette cieli a ricreare la terra e le città e tutte le strade. Ritorni la luce per poi spegnersi. E dichiarare morto questo suolo che più non pulsa.
Per il loro asilo, nuovo di zecca, erano autosufficienti. “Happy days”, nostalgicamente chiamato. Anche per la cerimonia d'inaugurazione aveva vinto l’autarchia dei due invincibili piccioni. Lei aveva messo su in tempo record un migliaio di tartine, lui aveva gonfiato 5-600 palloncini, lei aveva disposto il buffet, lui aveva pittato persino le ringhiere del secondo e del terzo piano del palazzo, disabitati ormai da anni.
Era un asilo modesto, al massimo per una ventina di bambini. Avevano fatto i conti, e tanto sarebbe bastato per coprire le spese e mandare avanti la loro famiglia a due. Per fare un figlio c'era tempo.
Si scoperchino tutti i sepolcri, e si riunisca in un'unica tinozza tutta l'orgia di fetore e morte, e ossa e dolore. Che si distingua questo dal prato rosso di orchidee rosse a cinque petali. E fate questo in un giorno solo.
In realtà un aiuto ce l'avevano. Mara, una ragazza di diciotto anni, appena diplomata. Depressa ma bravissima coi bambini. Dava una mano al mattino, quando nelle aule c'era il pienone. Alle due Rayo rientrava dal cantiere edile nel quale dava una mano, accompagnava col furgoncino i bimbi non a tempo pieno e dava il cambio alla ragazza. Alle sei, sempre col furgoncino, faceva il giro di scarico degli ultimi, stanchissimi, piccoli per poi passare a prendere la sua stella e tornare a casa.
La pellagra distrugga i corpi di chi non mi crede. Ogni squama sarà essa stessa divorata dalle formiche rosse. E poi un fulmine distrugga la mia stessa lingua, che finisca nella disperazione dei giorni d'ottobre.
Tutte le filastrocche inventate da Rayo e Cruz mentre tentavano di addormentarsi, benché stanchissimi: "La valle avallata", "Indovina il temporale", "Non ci resta che asciugarci", "Mangiam mangiam ma non sporchiam", "Il pozzo", "L'orso biorso", "Cavalli e re".
"Niente più obitori/né canti per morenti/da oggi solo soli/e raggi in mezzo ai denti/niente più obitori/né canti per morenti/la chiave spinga il legno/il vivo paghi il pegno".
Perché non puoi tornare, da solo, fischiando, sognando tua moglie e l'incipit della nuova filastrocca, a sei mesi dall'inaugurazione del mio asilo, e trovarlo devastato. Appesa alla porta, con un chiodo in una mano e la testa spaccata in tre punti la sua Cruz. E rendersene conto e farsi sparare alla schiena, e vedere in un attimo tutto bianco. Così da cadere e cercare con l'ultimo sguardo il sorriso rigor mortis del proprio amore, e incrociare invece tre calze su un viso. E infine, per un attimo, in mezzo al proprio vomito, una strana, inedita, sensazione di non-ritorno. Senza furgoncino, ci mancherebbe.